6 ottobre 2018

Testament – Brotherhood of the Snake (U.S.A., Nuclear Blast)


Trovare un aggettivo che calzi ai Testament è impresa enormemente ardua. Questo perché, mentre tutte le altre leggende della scena mondiale (e mi riferisco ai vari Metallica, Slayer, Megadeth, ma anche Maiden, Judas Priest...) durante la loro carriera hanno avuto almeno una battuta a vuoto, con album riusciti poco o per niente riusciti, i Testament dal 1987, anno d'uscita del disco d'esordio "The Legacy" non hanno mai sbagliato un colpo, toccando il loro apice nel 1999, con quello che ad oggi è di sicuro tra i migliori album Thrash della storia: "The Gathering". Dopo di allora arrivano per Chuck Billy e soci tre buoni album ("First Strike, Still Deadly" nel 2001, "The Formation of Damnation" nel 2008 e "Dark Roots of Earth" nel 2012), ma che nulla hanno a che vedere con la magnificenza del suddetto "The Gathering". Fino ad oggi.

Già con l'uscita dei due singoli apripista, "Brotherhood of the Snake" e "Stronghold", i Testament hanno lasciato intendere che con questa nuova fatica le cose s'eran fatte estremamente serie. "Stronghold" soprattutto sembra quasi rappresentare, 17 anni dopo, una vera e propria continuità con QUEL disco. Poi vedi la line up, in cui a far compagnia al gigante nativo americano Chuck Billy troviamo il leggendario duo Peterson/Skolnick alle chitarre e una sezione ritmica che comprende Steve DiGiorgio e Gene Hoglan, ed allora la curiosità si trasforma velocemente in brama. Ed infine arriva il disco e l'ascolti. Ed erano anni che non provavo un'esaltazione simile nell'ascolto di un CD.

Tagliamo subito la testa al toro e rispondiamo alla domanda del titolo: è "Brotherhood of the Snake" il miglior disco Thrash degli ultimi 15 anni? Cazzo, sì! Un album praticamente perfetto in ogni suo più piccolo particolare, con un songwriting ispiratissimo ed un'esecuzione mastodontica (e grazie al ca..., direte voi). Dall'opening track, la già conosciuta title-track, fino alla conclusiva e highlight del disco (insieme a "Seven Seals") "The Number Game", possiamo ascoltare i Testament in un vero e proprio stato di grazia, capaci di colpire l'ascoltatore ad ogni singolo istante. E così si passa senza soluzione di continuità tra le bordate di "Stronghold" o "Centuries of Suffering" e i tempi cervellotici di "Neptune's Spear", pezzo in cui si ha la conferma di come Hoglan non sia solo ed esclusivamente una macchina da blast beats (ma ce n'era davvero bisogno?). Se poi alla canzone più ragionata dell'album, va a seguire una mattonata come "Black Jack" non si può che rimanere disorientati dai colpi che ti procura quest'opera.

In apertura scrivevo che è arduo trovare un aggettivo che calzi ai Testament. Ed è altresì arduo trovare un aggettivo che renda l'idea di come sia "Brotherhood of the Snake". Spettacolare? Fantastico? Meraviglioso? Dopo ogni ascolto, e non sono stati pochi credetemi, persino il senso stesso di "capolavoro" sembrava quasi perder di significato. I Testament hanno semplicemente rilasciato un album che è da mettere sullo stesso gradino di "The Gathering". Non solo il miglior disco Thrash degli ultimi 15 anni, come ho avuto modo di scrivere, ma anche uno da Top10 storica. Da acquistare senza alcun dubbio, anche a scatola chiusa.

Voto: 5/5

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Eisen – 1536 (Italia, self-released)



Quarta uscita discografica per gli Eisen, prima di quello che, stando alla bio presente sulla loro pagina Facebook, è il nuovo e definitivo corso della band. Nati nel 2002, prima di trovare quella che loro definiscono la perfetta amalgama tra membri e sound i nostri rilasciano nel tempo gli EP "Obscure Dimension" (2002) e "Sound of Death" (2007) e l'album "Overcoming All the Barriers" (2009). Il genere proposto oggi dagli Eisen è un discreto Cyber Death Metal - trovo abbastanza improprio l'uso del termine "Djent" in questo caso -, in cui elementi elettronici ben si fondono con il sound estremo proposto dalla band.

Quattro tracce, per un totale di circa 16-17 minuti, compongono "1536" - i gradi con cui si ha il punto di fusione del ferro -. Un EP interessante in ogni sua sfaccettatura, grazie ad un buon lavoro da parte degli Eisen in fase di composizione ed arrangiamento. Tecnicamente ineccepibile, con i synth che non sovrastano il tutto, ma anzi vanno ad integrarsi perfettamente col comparto strumentale, l'unica piccola pecca è riscontrabile nella produzione: una produzione più pulita e "pompata" avrebbe giovato sicuramente, ma siamo davvero a livelli di inezie. E questo perché comunque gli Eisen ci presentano pezzi come l'opener "Scream of Sorrow, Tears of Blood" o come "Forsaken", due belle mazzate mica da ridere. Ma in ogni caso, non male anche le altre due tracce restanti, "Blood on the Wings of a Butterfly" e "Black Rose". Certo, non bastano dei ritmi sincopati per poter menzionare i Meshuggah tra le influenze, ma comunque qui abbiamo del buon materiale per chi ama ascoltare musica che sia tecnicamente di un certo livello.

Che sia arrivato il momento di una svolta definitiva per gli Eisen? Beh, speriamo. Lasciare che qualcosa di così interessante resti confinato nella sfera degli EP da quattro pezzi è un peccato. Per chiudere, due consigli en passant: a voi lettori, di dare un ascolto a questa meritevole band; agli Eisen di scriver da qualche parte per lo meno chi suona cosa, che non sarebbe male, soprattutto per noi scribacchini.
Li aspetto con curiosità alla prossima, sperando che la prossima uscita degli Eisen sia finalmente un Full.

Voto: 3,5/5

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Obituary – Ten Thousand Ways to Die (U.S.A., Relapse Records)


Secondo Live Album in una carriera più che trentennale - contando anche gli anni in cui erano Executioner e Xecutioner - per una delle più grandi leggende della scena Death Metal mondiale, gli Obituary. Sono passati 27 anni da quello "Slowly We Rot" con il quale la band dei fratelli John e Donald Tardy segnava le direttive per la nascita del Death Metal floridiano e da allora gli Obituary non hanno praticamente cambiato di una virgola il loro sound, rimanendo sempre fedeli a loro stessi, alle loro sonorità. Sonorità che, appunto, nasce proprio da loro sostanzialmente.

Comunque sia, c'è poco da dire su questa nuova uscita targata Obituary rilasciata il 21 ottobre da Relapse Records. Due sono gli inediti in studio di questo disco e a loro è affidato il compito di aprire. "Loathe" e "Ten Thousand Ways to Die" sono classici pezzi nello stile Obituary: cadenzati, con riffoni di chitarra pesanti, QUELLA voce.. in definitiva: Death Metal, senza orpelli ipertecnici o rifiniture di chissà cosa. In pieno stile Obituary, né più, né meno. Il resto dell'album sono pezzi presi a piene mani da un po' tutta la discografia della band, ognuno registrato in una città diversa, che non fa che confermare quello che è un dato di fatto da sempre: dal vivo sono una macchina inarrestabile, oliata da migliaia di live. Non credo esista deathster che non abbia mai visto live gli Obituary, quindi saprete di certo cosa intendo. D'altro canto, se invece qualcuno c'è... oh, andiamo! Non vi vergognate? Ma dai!

Tirando le somme finali, non credo in definitiva che "Ten Thousand Ways to Die" sia un "must have", non in una visione da ascoltatore medio. Se si è deahtsters a tutto tondo o, ancor più, dei fans degli Obituary, invece, ecco una nuova uscita da inserire immediatamente in collezione. Per chi non ha la fortuna di poterli vedere così spesso sul palco, è almeno un buon modo per ovviare. Circa.

Voto: 3,5/5

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Meshuggah – The Violent Sleep of Reason (Svezia, Nuclear Blast)


Ai giorni nostri, ormai, spuntano gruppi Djent come fossero funghi. Un genere che troppo spesso, a mio avviso - e so che questa prossima affermazione piacerà pochissimo agli amanti di questo genere -, sembra quasi consistere in una gara "a chi ce l'ha più lungo", tecnicamente parlando, con gruppi su gruppi che sformano le loro personali "masturbazione su strumento". Ma ognuno di questi risulta sempre categoricamente freddo. E se tanti gruppi esistono oggi, lo si deve soprattutto - o dovrei dire solo? - ad una band proveniente dalla Scandinavia, più precisamente da Umeå, Svezia: i Meshuggah, tornati ad imporsi sul mercato con questo nuovo album uscito lo scorso 7 ottobre per Nuclear Blast, dal titolo che va a scomodare il cupo capolavoro di Francisco Goya, "Il sonno della ragione genera mostri". E "The Violent Sleep of Reason" dei Meshuggah è altrettanto cupo, oltre ad essere ipertecnico e un tantino "freddo": tutti marchi di fabbrica di Jens e soci.

Si è parlato molto di questo album ancor prima dell'uscita, grazie alla notizia diffusa a seguito di un'intervista del batterista Tomas Haake - a proposito: ma è umano? Quante gambe e braccia ha? - a Metal Hammer, in cui affermò che "The Violent Sleep of Reason" era stato registrato in presa diretta, per dare un tocco più "vivo" rispetto ai lavori, definiti da lui stesso "troppo perfetti", del passato. C'è anche chi ha messo in dubbio tali affermazioni, sbagliando, anche se in parte. Vero è che non proprio tutto tutto è stato registrato in presa diretta, ma buona parte dell'album sì e lo si può facilmente capire dal timbro vocale di Jens Kidman, molto più simile alle sue performance on stage, piuttosto che quelle cui ormai siamo abituati ad ascoltare su disco.

Cominciamo a parlare dell'album da una verità assoluta: i soli due pezzi iniziali valgono da soli l'acquisto del disco. "Clockworks" è il brano scelto come Official Video dalla band ed il perché è presto detto: con l'altro singolo, "Nostrum", rappresenta il manifesto di quasi 30 anni di carriera dei Meshuggah. Al pari di quel tornado che risponde al titolo di "Born in Dissonance" - e già il titolo dice tutto - è una dichiarazione d'intenti chiarissima: "Suonate quello che vi pare, noi siamo i Meshuggah e questo genere praticamente l'abbiamo inventato". E credetemi che è una gioia per le orecchie sentire i Meshuggah così in forma smagliante, lasciandosi alle spalle quello che per me è il solo vero passo falso della loro carriera, ossia quella noia siderale di "Koloss". A colpire è la varietà di sfumature che compongono quest'album: con "Stifled" e, ancor più, "Ivory Tower" abbiamo i classici pezzi da mal di testa, "MonstroCity" e "Our Rage won't Die" son pezzi più prettamente solidi e diretti, mentre "By the Ton" e la conclusiva "Into Decay" sono le canzoni che più s'avvicinano ai toni cupi del capolavoro di Goya che ha ispirato il titolo di quest'opera.

Poco meno di un'ora - 58 minuti per essere esatti - bastano ai Meshuggah per dimostrare senza lasciar dubbio alcuno che, per quanto ci si possa sforzare, nessuno al mondo può essere come loro. Ancora una volta il quintetto svedese riesce a stupire per come riesce a far convivere picchi tecnici senza eguali ed un'impronta di violenza che non vuol sapere di andarsene dal loro sound. Ad oggi, e credo resterà così, una delle 5 migliori uscite del 2016, il cui acquisto è quasi un obbligo morale verso sé stessi. Ah.. e un'ultima cosa: se siete batteristi e non avete intenzione di mollare il vostro strumento, evitate accuratamente di guardare il video Drum Playthrough di "Clockworks"... Tomas Haake è semplicemente disumano!

Voto: 4,5/5

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Cadaveria/Necrodeath – Mondoscuro (Italia, Black Tears)


Mi sono avvicinato con curiosità a questo split cd a nome "Mondoscuro", che vede coinvolti gruppi non da poco come Cadaveria e Necrodeath. E? E il risultato, alla fine è un disco particolare, uno split diverso da quel che sono solitamente i dischi così, ma che presenta luci ed ombre.

CD particolare, dicevamo. Questo per come è stato costruito "Mondoscuro": ognuna della band mette sul piatto tre pezzi, ossia una canzone dell'altro gruppo, un pezzo proprio ed una cover. Si parte con la riproposizione di Cadaveria di un grande classico dei Necrodeath: "Mater Tenebrarum", dal seminale "Into the Macabre". La versione di Cadaveria rende giustizia e da nuova linfa vitale ad una canzone uscita ormai quasi 30 anni fa; apprezzabile la parte finale - "Inferno" di Keith Emerson -, in cui compaiono anche diversi ospiti: la soprano Lindsay Schoolcraft (dai Cradle of Filth), Tiziana Ravetti (dramatic soprano), Cristiano Caldera (tenore) e l'organista Ignis Forasdomine. Risultato discreto anche per i Necrodeath sulla rivisitazione della canzone di Cadaveria, anche in questo caso un classico, "Spell". Altro giro, altra cosa, altro pezzo e arriva "Dominion of Pain", con i Cadaveria a loro agio sul loro terreno. Sufficiente ma meno convincente della traccia precedente è "Rise Above" dei Necrodeath, che si riprende verso la fine quando entra in gioco anche la voce ospite, Cadaveria stessa. Ed eccoci quindi alla nota dolente di "Mondoscuro". Parecchio dolente, per il sottoscritto. "Christian Woman", cover dei Type O Negative eseguita dai Cadaveria. E purtroppo l'esecuzione non rende giustizia ad una canzone leggendaria, senza contare che con in mente l'inconfondibile vocione di Peterone Steele, la prova della pur sempre brava Cadaveria farebbe (farà?) storcere il naso a più persone. Chiude il disco una cover ad opera dei Necrodeath, la già usata ed abusata "Helter Skelter" dei Beatles. Ma per quanto la si sia ascoltata in tutte le salse, in qualsiasi modo la si riproponga, "Helter Skelter" fa sempre la sua figura. Così, anche questa versione dei Necrodeath si lascia ascoltare bene.

Tirando le somme, "Mondoscuro" è un disco che, a mio avviso, nulla aggiunge e nulla toglie alla discografia ed alla carriera di Cadaveria e Necrodeath. E' alla fine un album sufficiente ma che, credo, per un "ascoltatore casuale" rischia di finire semplicemente nella pila dei CD dopo un paio d'ascolti. Discorso diverso se si è fans delle suddette bands, nel qual caso potreste trovare sicuramente pane per i vostri denti. Insomma, senza infamia e senza lode, un ascolto "tranquillo" con buona musica. Ma quella cover dei Type O Negative.......

Voto: 3/5

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Riti Occulti – Tetragrammaton (Italia, Nordavind Records)


Potrebbe quasi sembrare un azzardo quella che è la proposta dei romani Riti Occulti. Nati nel 2011 come un duo (Niccolò Tricarico e Ivano Mendola) con solo basso e percussioni, l'act capitolino si è man mano evoluto nel progetto che arriva oggi e con una line up allargata a cinque elementi che comprende, oltre al bassista e fondatore Niccolò, le vocalist Serena Mastracco (scream) ed Elisabetta Marchetti (clean), il batterista Francesco Romano e Giulio Valeri, che si occupa dei synth.

Il mix tra Black e lo psichedelico Doom settantiano dona al sound dei Riti Occulti un che di... occulto!, per l'appunto, di esoterico. Possiamo tranquillamente affermare che, ad ogni pezzo, sembra di assistere davvero ad un rito: sotto questo punto di vista, insomma, l'intento della band è pienamente raggiunto. Sul piano prettamente musicale, il sound non risente minimamente dell'assenza di chitarre. Anzi proprio questa mancanza da ai Riti Occulti una particolarità in più, andando a toccare registri prettamente molto bassi, sui quali il lavoro delle due voci è praticamente perfetto. Non posso che constatare quanto sia giusto quanto scritto nelle info che accompagnano "Tetragrammaton" - che per inciso, è il terzo album per i nostri -: il tutto ha un sapore quasi liturgico, grazie alle impressionanti atmosfere, che ben si amalgamo, poi, col pesantissimo tappeto sonoro della sezione ritmica. Non mancano poi incursioni più etniche, come in "Atziluth", traccia col quale i Riti Occulti ricorrono a spettacolari sonorità mediorientaleggianti. Già prima, infine, ho lodato il lavoro delle due cantanti, Serena ed Elisabetta, ma non posso esimermi dal parlarne per un momento più nello specifico. Non è mai cosa tanto semplice fondere insieme due stili vocali così differenti, essendoci il rischio che, se non eseguito perfettamente, il tutto risulti un pastone. Fortunatamente non è questo il caso, ed anzi vi dirò che era tempo non mi capitava di ascoltare qualcosa di così perfettamente unito. Da vocalist estremo, poi, non posso nemmeno esimermi dal complimentarmi per la maestosa prova di Serena Mastracco: ne sono rimasto piacevolmente impressionato.

Volendo andare a fare gli iper-pignoli e cercando di sezionare "Tetragrammaton" pezzo per pezzo, secondo per secondo, non riesco a trovare un difetto che sia uno. Persino la produzione, volutamente con suoni più sporchi, settantiani, che di mio sopporto ben poco, qui non stonano per nulla. Anzi, non riuscirei ad immaginare una produzione diversa per i Riti Occulti. Il quintetto romano è, ad oggi, tra le tre realtà più importanti della scena Black/Doom nazionale, con i fiorentini Svlfvr ed i napoletani Naga. Album da prendere, ascoltare e riascoltare, possibilmente con solo le luci delle candele. A poco meno di tre mesi dalla fine di questo 2016, non è un azzardo dire che "Tetragrammaton" si attesta tra le migliori uscite dell'italico suolo per quest'anno. E così sia.

Voto: 5/5

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Detonation – Reprisal (Olanda, Vic Records)


Quarto album per gli olandesi Detonation, band Melodic Thrash/Death in cui militano membri o ex membri di Heidevolk (Koe Romeijn), Delain (Otto Schimmelpenninck van der Oije), God Dethroned e Prostitute Disfigurement (Mike Ferguson in tutt'e due). Nati nel 1997 i Detonation rilasciano i primi tre album per la francese Osmose Production, mentre quest'ultimo, "Reprisal", esce nel 2011 autorpodotto. Dopo un paio d'anni di pausa la band torna e trova il deal con la Vic Records, che abbiamo già "incontrato" con "Reflections of the Mind" dei Pestilence, che dà una official release al suddetto album.

Nei 35 minuti circa di "Reprisal" possiamo sentire una band in forma smagliante, capace di tirare fuori un disco che, nonostante sia del 2011, non risente tutt'oggi degli anni passati, risultando comunque attuale e anche di gran lunga superiore a molti altri nello stesso genere. staccandosi totalmente dai canoni del classico Death Metal olandese, il sound dei Detonation risente soprattutto delle nordiche influenze del Melodic Death svedese. Risultato finale è un disco che risulta essere un continuo cazzotto alla bocca dello stomaco, fatto di riff taglienti ed altresì melodici, e una sezione ritmica incalzante. Mi risulta estremamente difficile scegliere uno o più pezzi da preferire rispetto agli altri: ognuno di essi, dall'opener "Enslavement" alla conclusiva "Insults to my Heritage", lascia il segno. Come credo lasci decisamente il segno (leggasi lividi sparsi) vederli dal vivo. In un album che fa della velocità esecutiva il proprio marchio, è la parte centrale del disco quella che colpisce più duramente, con "Ruptured" e "Absentia Mentis", nelle quali sono proprio le parti più "lente" a prendere in pieno petto l'ascoltatore.

Credo ci sia ben poco da aggiungere. Per quanto riguardo un commento prettamente soggettivo, "Reprisal" dei Detonation è tra le più piacevoli sorprese ascoltate in questo 2016, pieno zeppo di uscite notevoli. I fan della frangia più dura del Melodic Death - At the Gates, primi In Flames - sono caldamente invitati a far loro questo lavoro. Non ne rimarrete per nulla delusi, credetemi.

Voto: 4,5/5

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Pestilence – Reflections of the Mind (Olanda, Vic Records)


Disco per nostalgici quest'ultima uscita targata Pestilence, la leggendaria Progressive Death Metal band olandese seminale, insieme ai vari Asphyx e Sinister, tanto per far due nomi, di quello che sarà il caratteristico Death Metal centro-europeo. Con "Reflections of the Mind" possiamo dare uno sguardo, come da titolo, al passato più lontano della band fondata dal Patrick Mameli.

"Reflections of the Mind" è infatti formato da canzoni prese da un rarissimo demo del 1992 (le prime tre: "Reflections of the Mind", "Searching the Soul" e "Times Demise") e in aggiunta 15 rehearsal tracks, tutte che andranno poi in "Testimony of the Ancients" e "Spheres". Vista così, quest'uscita potrebbe sembrare buttata lì solo per l'effetto-nostalgia o per accalappiare i fans della band olandese. Ma non è propriamente così. Questo perché tutti i pezzi qui presenti fanno parte di un periodo di passaggio. In ognuno di questi è possibile sentire le prime avvisaglie degli elementi che porteranno i Pestilence dall'essere "solo" una band Death Metal alla leggenda del Progressive Death Metal che son diventati poi. La valenza di "Reflections of the Mind" è questa: "partecipare" ad un momento di passaggio dei Pestilence. Alla fine, le uniche due vere novità sono il re-mastering opera di Dan Swanö degli Unisound Studio e l'artwork dell'artista napoletano Roberto Toderico (Asphyx, Sinister, Soulburn e molti, moltissimi altri).

Tirando le somme, se siete fans dei Pestilence potreste trovare "Reflections of the Mind" quantomeno interessante. Magari non una di quelle uscite imprescindibili, ma da collezionista quest'uscita ha il suo perché.

Voto: 3/5

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Brujeria – Pocho Aztlan (Messico/U.S.A./Svezia, Nuclear Blast)


Quando i Brujeria mossero i loro primi passi, nel 1989, la città di Los Angeles era nel pieno dei gravi problemi razziali che portarono infine, tre anni dopo, ai tumulti in seguito all'uccisione di Rodney King. La band capitanata dal carismatico leader Juan Brujo, da sempre circondatosi da musicisti leggendari della scena estrema mondiale, tutti sotto pseudonimo - si elevò, possiamo dire, a voce violenta delle minoranze, con quel "Matando Gueros" che oggi è leggenda. Da allora son passati tantissimi anni, ma tanti ne sono passati anche dall'ultimo album dei Brujeria prima di questo "Pocho Aztlan": sedici, per la precisione, da "Brujerizmo", del 2000. Cosa non è cambiato è lo stile dei "Narcos del Grind": Grindcore duro e puro, con la solita vena "cattiva" ed irriverente e tematiche che riguardano droghe, satanismo, sesso, razzismo, politica. A differenza però del grezzissimo (e lontano) "Matando Gueros", oggi i Brujeria possono contare anche su una produzione maestosa. Cosa che non dovrebbe stupire, dato che "Pocho Aztlan" è edito da Nuclear Blast.

Come sempre non c'è un attimo di respiro in una produzione dei Brujeria. Fatto salvo per la voce narrata all'inizio di "Pocho Aztlan", l'album è un assalto frontale senza soluzione di continuità in cui Juan Brujo e soci - tra i quali spicca, lasciatemelo dire, il drumming monolitico di Hongo Jr., pseudonimo sotto cui si cela nientepopodimenoche Nicholas Barker, ossia Sua Maestà IL Batterista Estremo - sfogano i 16 anni di silenzio. La maschilista "Culpan la Mujer", le violentissime "Ángel de la Frontera", "Satongo" e "Debilador", la granitica "No Aceptan Imitaciones", pezzo scelto per il Lyric Video come preview del disco, la delirante "México Campeón", la groovy "Bruja"... tutto è lanciato 'straight on your face', nel più classico stile dei Brujeria. Un capitolo a parte lo meritano poi due pezzi. In primis, il singolo da cui è stato tratto il primo videoclip di "Pocho Aztlan". "Plata o Plomo" è un'espressione che, se non fosse stato per la serie di Netflix "Narcos" non molti di noi avrebbero conosciuto; è invece ormai facile far risalire quest'espressione a "El Patron", Pablo Emilio Escobar Gaviria, tributato dai Brujeria da questa canzone il cui video non è propriamente per stomaci deboli. Altra menzione particolare va alla conclusiva "California über Aztlan" - in cui alla batteria, così come in "Debilador", c'è El Podrido, alias Adrian Erlandsson degli At the Gates -, cover rivisitata dei Dead Kennedys; una traccia che potrebbe sembrare forse anche nulla di che, ma che invece lascia intendere come anche nelle più piccole sottigliezze Juan Brujo non lasci assolutamente nulla al caso. Infine, anche se non presente nell'album, va assolutamente menzionato il singolo che ha preceduto l'uscita di "Pocho Aztlan", dedicato a quello che è quasi certamente oggi il nemico numero 1 dei messicani che vivono negli States: "Viva Presidente Trump". Un 7" andato subito sold out e rivenduto oggi a cifre assurde su ebay.

Abbiamo dovuto aspettare sedici anni perché i Brujeria dessero un successore a "Brujerizmo", ma lasciatemelo dire: più s'ascolta "Pocho Aztlan" più ci si rende conto che, nonostante lunga l'attesa, ne è valsa la pena. Non c'è praticamente nulla da aggiungere se non che questo è un classico album dei Brujeria: violento, irriverente, rabbioso. Finalmente i Brujeria sono tornati. ¡Que viva México, cabrones!

Voto: 5/5

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Hertz Kankarok – Livores (Italia, self-released)


Devo ammettere che era qualche anno ormai che non mi capitava di recensire un demo - seppure quasi tutti usan definirli EP ormai -, quindi non posso che ritenermi fortunato che ad essermi capitato tra le mani sia questo "Livores", EP di debutto del duo siciliano Hertz Kankarok. I due musicisti di Acireale (Hertz Kankarok alla voce e Dario Laletta che si occupa di tutte le parti strumentali) mettono a frutto con questo loro lavoro i primi 3 anni di cospicua collaborazione.

Un EP, "Livores", che risulta essere estremamente particolare, dato anche il fatto che non è collocabile in un genere preciso. Partendo da quella che potremmo definire una base Gothic/Doom, HK e Dario sperimentano varie fusioni, inserendo elementi che spaziano tra l'Experimental e l'Avantgarde, con il risultato finale di un lavoro che non è mai banale. Per quanto ci siano solo tre pezzi, la durata è di tutto rispetto: stiam parlando di oltre 25 minuti in cui la band sicula mette sul piatto tutto quel che può, presentandoci un biglietto da visita non affatto male. Le linee vocali varie di HK, tra lo scream crust e le clean, passando per momenti in "Our Will Injection" in cui si può scomodare persino Tom Araja (ascoltare per credere), s'integrano alla perfezione con l'ottimo lavoro strumentale di Dario Laletta, polistrumentista che, lo devo dire, ha bel gusto. Unico punto un po' più debole di "Livores" è forse la conclusiva "Occvlta Plaga Inferorvm"; non tanto per il pezzo in sé, veramente molto, molto buono, musicalmente parlando forse addirittura il migliore e con sapienti cambi delle linee vocali, ma c'è quel qualcosa che "stona" nell'insieme. E, ahimè, credo sia il cantato in italiano.

Son passati tre anni dalla fondazione del progetto a questo primo lavoro. Spero che non ne passino altrettanti perché Hertz Kankarok dia un successore all'interessantissimo EP appena ascoltato. Come detto, "Livores" è, per il duo siciliano, un biglietto da visita di cui tenere decisamente conto.

Voto: 3,5/5

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Subliminal Fear – Escape from Leviathan (Italia, Inverse Records)


Doverosa premessa: non è stato per nulla facile, per me, recensire questo "Escape from Leviathan", terzo album dei pugliesi Subliminal Fear. Il motivo è presto detto. Nati nel 2002 i Subliminal Fear si sono contraddistinti per essere una delle più interessanti realtà Melodic Death Metal d'Italia, cosa riscontrabile tranquillamente in "Uncoloured World Dying" (2007, Burning Star Records) e, dopo alcuni cambi di line up, "One More Breath" (2012, SG Records).

Nel 2013 i membri originari decidono di rimettersi a suonare assieme, dando alla band un nuovo percorso. Ed il risultato, ahimè, è quello che possiamo ascoltare in "Escape from Leviathan", ossia un Modern Metal in cui si fondono Groove, elementi Cyber ed Industrial, ma anche due delle cose che personalmente meno sopporto: passaggi Djent e una presenza estremamente predominante di voci melodiche e refrain catchy. Sia chiara però una cosa: i Subliminal Fear sono indubbiamente una band validissima, nel genere che suonano. E lo dimostra ampiamente il parco guests presenti sul disco: Guillaume Bideau (Mnemic, Scarve) in "Phantoms or Drones", Lawrence Mackrory (Darkane, Scarve) in "All Meanings They've Torn" e Jon Howard (Threat Signal, Arkaea) in "Evilution".

Tirando le somme, disco e band consigliati agli amanti delle sonorità più moderne e quindi bands come, un esempio a caso, Mnemic. Come detto, i Subliminal Fear eseguono in maniera eccellente quel che fanno e non posso che esser sicuro che questo nuovo corso porterà loro una nuova, grossa schiera di ascoltatori.

Voto: 3/5

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Rotting Christ - Sleep of the Angels (Grecia, Sleaszy Rider Records)


Nuova ristampa ad opera della greca Sleaszy Rider Records per i Rotting Christ, leggendaria band ellenica seminale per la nascita del Black Metal in Europa. Ad essere sotto esame è "Sleep of the Angels", album uscito nel 1999 per Century Media, uno dei dischi del "periodo medio" della band dei fratelli Tolis. E non uno dei migliori.

Dopo l'uscita dei due capolavori datati 1993 e 1994, "The Mighty Contract" e "Non Serviam", sono seguiti quelli che, a mio parere sia ovvio, sono i due capitoli meno riusciti nella discografia dei Rotting Christ, ossia "Triarchy of the Lost Lovers" (1996) e "A Dead Poem" (1997). "Sleep of the Angels" è, dunque, il quinto album dei nostri; un disco dove Sakis e soci cercano di fondere i due generi da loro intrapresi nei primi quattro album ed il risultato è un ibrido Gothic/Black che presenta luci ed ombre, con buoni momenti sì, ma anche con passaggi che, ad un orecchio più "purista" possono risultare ampiamente stonati. Di buono c'è, ed è sempre un parere personale, che dopo la parentesi prettamente Gothic Metal, in "Sleep of the Angels" si cominci a sentire quel nuovo cambio che li riporterà sulla strada dell'Extreme Metal. Ma la musica, si sa, è qualcosa che risente fortemente dei pareri soggettivi. Ci sarà pure chi avrà adorato o adorerà quest'album, personalmente appartengo all'altra campana, cioè: un album che non mi fa impazzire e che, tra i tanti capolavori rilasciati dai Rotting Christ, finisce invece tra gli "ascolti casuali, ma giusto se capita per sbaglio".

Insomma, avrete capito che non sono propriamente un fan del periodo medio dei Rotting Christ, una band che agli esordi e nel suo ultimo e presente corso tende a rilasciare solo e semplicemente dei capolavori. Per cui, acquisto e ascolto dei dischi di questo periodo di mezzo sono consigliati soprattutto (e quasi esclusivamente) ai fan duri e puri della band greca. E che abbiano gusti meno schizzinosi.

Voto: 2,5/5

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Vader - Iron Times (Polonia, Nuclear Blast)


Giusto un piccolo antipasto. Questo e non altro è "Iron Times", EP dei Vader, leggendaria Thrash/Death band polacca, che precede di circa tre mesi la pubblicazione del tredicesimo album, quel "The Empire" che uscirà, per l'appunto, a dicembre per Nuclear Blast.

Quello che possiamo ascoltare in questo 10" è una doppia anteprima, con il Side A formato da due pezzi che andranno nell'album di prossima uscita, "Parabellum" e "Pray to the God of War". L'amore per l'Heavy/Thrash di Peter è cosa risaputa e si rispecchia sempre più nel sound di quella che da 33 anni è la sua creatura. Nei due pezzi qui presenti, infatti, possiamo sentire come, almeno musicalmente, i Vader si spostino sempre più verso lidi Thrash oriented. Ed è in pratica tutto ciò che possiamo dire dei due pezzi nuovi, aspettando "The Empire" per una disanima più accurata.
I Vader sono altresì noti per le loro rivisitazioni nel loro sound di grandi classici; basti pensare alla celeberrima riproposizione di "Raining Blood" degli Slayer o, in tempi molto più recenti, all'album di cover "Future of the Past II - Hell in the East", in cui vengono "vaderizzati" pezzi di gruppi come Ghost, Exorcist, Krabathor e Slaughter. Nel Side B di questo vinile abbiamo invece "Pięść I Stal", cover dei Panzer X - band con cui Peter ha collaborato anche, se la memoria non m'inganna - e un tributo al mai troppo compianto Lemmy con la mitica "Overkill". Tributo che si estende, come vedete, anche all'artwork dell'EP, che molto ricorda quello di "Orgasmatron".

Questo è quanto. Un EP che probabilmente verrà acquistato solo dai fan duri e puri della band polacca e per pura collezione. Un piccolo antipasto che non lascia nulla in bocca; ed è per questo che, personalmente almeno, aspetto dicembre e l'uscita del piatto forte: a risentirci con "The Empire"

Voto: 3/5

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Hatebreed – The Concrete Confessional (U.S.A., Nuclear Blast)


Gli Hatebreed sono uno di quei gruppi che non ha bisogno di presentazioni. Nati ormai 23 anni fa, la band capitanata dal carismatico Jamey Jasta arriva con "The Concrete Confessional" all'album in studio nr.8, ma è soprattutto il primo sotto l'egida di Nuclear Blast. Il loro Hardcore/Metal - e facciamo distinzione tra questo e Metalcore, sia chiaro - è un marchio di fabbrica riconoscibilissimo praticamente al primo accordo; "The Concrete Confessional" non fa altro che proseguire un discorso immutato ed immutabile lungo 8 album e quasi 25 anni di carriera.
Poco più di mezz'ora, tredici pezzi, tredici mattonate nei denti. Una band che è stata seminale per la nascita quanto dell'Alternative Metal quanto del Metalcore, ma che non è mai "scesa" in nessuno di questi due generi, rimanendo sempre fedele al proprio approccio Hardcore. Per cui eccoci ad ascoltare un classico prodotto degli Hatebreed: riffoni pesanti e granitici, groove pazzesco ed accelerazioni improvvise ed ovviamente l'inconfondibile voce di Jamey.

Nemmeno il tempo di premere play che "A.D." ci immerge immediatamente nel tritacarne che è quest'album. Senza un attimo di sosta si susseguono mazzate una dietro l'altra: "Looking Down the Barrel of Today" e "Seven Enemies", ad esempio, chiudono una tripletta iniziale di tutto rispetto. Inutile stavolta, almeno per me sia chiaro, trovare un pezzo che si possa preferire rispetto agli altri. Tutti si attestano su livelli altissimi, tutti promettono, in sede live, di essere distruttivi. E chi è stato ad un concerto degli Hatebreed capirà subito cosa sto dicendo. Non che si abbia una "Destroy Everything" o una "Mind Over All", insomma pezzi entrati praticamente nella leggenda, ma comunque sia non c'è nulla che non vada in questo disco, tutto suona potente e brutale, come ci si aspetterebbe dal quintetto di New Haven, Connecticut.

I tempi di "Perseverance", "The Rise of Brutality" e "Supremacy" sono lontani, ma solo anagraficamente. Così come 10 anni fa e più, gli Hatebreed hanno conservato il loro stile, la loro verve, il loro inconfondibile sound. Cosa che non può che lasciar contenti i fans di lunga data di Jamey Jasta e soci. "The Concrete Confessional" è "solo" un ennesimo album degli Hatebreed: e cosa si può chiedere di più?

Voto: 4,5/5

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Despised Icon – Beast (U.S.A., Nuclear Blast)


Mettiamo subito in chiaro alcuni punti.
Punto 1: i Despised Icon sono la band che ha letteralmente definito il Deathcore.
Punto 2: ancora oggi, a 14 anni dalla loro nascita, sono la band più completa del genere. Probabilmente, l'unica.
Punto 3: e questo è un appunto personale, ossia che io ascolto in tutto tre gruppi Deathcore (scesi a due recentemente) e i canadesi son fra questi. Qualcosa vorrà pur dire, no?

E ora, sotto con "Beast", quinta fatica in studio della band di Montreal. Se ce ne fosse ancora bisogno, da come credo s'intuisca dal preambolo iniziale, i Despised Icon si tengono stretti lo scettro di signori assoluti della scena Deathcore, grazie al loro sound (prendete il Death degli Obituary, il Grind dei Dying Fetus, l'Hardcore di Biohazard e Hatebreed, centrifugate il tutto: Despised Icon) che molti proverebbero anche ad "imitare". Il punto è che praticamente nessuno ci riesce.
Usando metafore e mitologia i Despised Icon danno con "Beast" un feroce commento allo stato tanto della società quanto dello stesso music business. Il tutto con un album che si può definire davvero con quest'aggettivo: feroce. Feroce musicalmente, feroce a livello di tematiche, feroce nelle parole usate. Pezzi come "The Aftermath", opening track del disco, arrivano dritte come un cazzotto nel muso. Stessa cosa dicasi per "Inner Demons", "Time Bomb", la conclusiva "Beast"... ma diciamo che è l'effetto che si ha ascoltando l'intera opera, anche se il "premio mattonata-sulle-gengive" se lo aggiudica a mani basse "Bad Vibes", la traccia dove è possibile riscontrare più che nelle altre le varie anime che compongono il sound della band canadese.

Brutale, groovy, ferale, tecnicamente ineccepibile, d'una precisione d'esecuzione chirurgica, tematicamente ispirato: riassumendo in pochi termini, questo è "Beast", quinto studio album di una band che dal 2002 è ascesa al trono della scena Deathcore e che non ha alcuna intenzione di abdicare. Dopo l'enorme delusione (per me) di "Mark of the Blade" dei Whitechapel, l'ascolto di "Beast" è stato un toccasana.

Voto: 4/5

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Thy Flesh – Thymiama Mannan (Grecia, Odium Records)


Nati nel 2004 come band Thrash/Death, i greci Thy Flesh splittano dopo solo un anno e la pubblicazione di un demo, "Concept for the Devil". Ritornano poi nel 2011, con il solo Athan dei membri originari e con un nuovo genere; il trio di Salonicco - ad Athan, batterista, si aggiungono il cantante/chitarrista The Cloven Hoof e la bassista Haemophillus - riparte infatti dal più classico Black Metal che possiate pensare.

Se uno dice Grecia, subito va a pensare ai Rotting Christ: sbagliato. Tranne qualche "accenno" dovuto più che altro ad alcune atmosfere, il Black Metal dei Thy Flesh deve molto alla scena Scandinava, in primis, con le dovute proporzioni, i Dissection. Le sette tracce che compongono "Thymiama Mannan" non danno il benché minimo spazio a virtuosismi e pochissimo alla melodia. L'album è un attacco feroce fatto di riff taglienti e glaciali e una sezione ritmica col piede sempre sull'acceleratore. Il meglio dell'album lo troviamo nella parte centrale con "Rape Magic" e "Blood Song", le canzoni dove forse più che nel resto del disco si nota l'influenza di Jon Nodtveidt e soci.

In conclusione, il debut album dei Thy Flesh è un prodotto discreto, il cui acquisto/ascolto è però consigliato ai soli adoratori della Nera Fiamma: la band greca è fatta per chi ascolta Black e solo per loro, senza compromessi.

Voto: 3/5

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Carnifex – Slow Death (U.S.A., Nuclear Blast)


Gli americani Carnifex sono una di quelle bands che ha bisogno di ben poche presentazioni. Nati ormai 11 anni or sono, arrivano con "Slow Death" alla pubblicazione del sesto album in studio, a due anni di distanza da "Die Without Hope", album che, personalmente, m'aveva colpito solo in parte. In piccola, parte. Ok, praticamente per nulla, lo ammetto. Ma qualcosa nell'ingranaggio della band di San Diego è andato al proprio posto con questa nuova release, in uscita worldwide proprio oggi per Nuclear Blast.

Poco più d'un minuto di intro atmosferica fa da preludio al massacro, che si apre con "Dark Heart Ceremony", dove possiamo sentire immediatamente i Carnifex muoversi a proprio agio tanto nei fraseggi groovy, quanto nelle violente accelerazioni; e con Scott Ian Lewis in stato di grazia. L'opening track ha il pregio di dare il via in maniera ottima all'album, grazie anche, va detto, all'accattivante refrain. La title-track conferma come i Carnifex siano stati particolarmente ispirati in fase di scrittura di "Slow Death", donando una particolare cura alle ritmiche, finalmente incisive e, soprattutto, mai banali. Non mancano episodi che calcano le impronte passate ("Pale Ghost", ad esempio), ma comunque nell'insieme possiamo dire che la band americana ha messo da parte i classici stilemi del Deathcore, andando a strizzare l'occhio spesso, specie per quanto riguarda il lavoro delle chitarre, al sound scandinavo, Black svedese soprattutto, Naglfar in primis. Comunque sia, basta ascoltare anche solo un paio di pezzi di "Slow Death" andando a confrontarli con canzoni degli album passati, per capire in un attimo come i Carnifex abbiano, fortunatamente e finalmente, cambiato il loro approccio in sede di songwriting.

Non siamo alle vette del Deathcore, posto che spetta ancora ai Despised Icon a mio avviso, ma comunque "Slow Death" è un buon disco, soprattutto alla luce degli scialbi album che l'hanno preceduto. La mia personale speranza è che i Carnifex continuino su questa strada: un ritorno alle solite sonorità rischierebbe di farli precipitare di nuovo nella casella "noia".

voto: 4/5

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Eternal Delyria – Letting Go of Humanity (Svizzera, self-released)


Buon debut album, autoprodotto, per gli svizzeri Eternal Delyria, sestetto dedito ad un Melodic Death che ai più, forse anche per il massiccio uso delle tastiere oltre che per alcune scelte stilistiche in quanto a riff, potranno ricordare abbastanza i Children of Bodom. Attenzione però: con questo non voglio dire che gli Eternal Delyria siano una scopiazzatura di Alexi Lahio e soci, anzi.

Questo perché il sound della band elvetica è decisamente più pesante rispetto alla celeberrima band finlandese. La componente Death qui è bella presente, con riff taglienti, sezione ritmica martellante, un'ottima alternanza di screamin' e growlin' vocals, senza le "powerate" che uno potrebbe anche aspettarsi. Certo, poi arriva un pezzo come "Eradication of Solitude and Despair" e lì, più che in altri, il paragone CoB si fa calzante, ma per il resto del disco il merito degli Eternal Delyria è quello di suonare con una propria personalità. E quindi ci ritroviamo con ottime canzoni come "Faith Misplaced", "Chasing Shadows" e la conclusiva "Plagued". Con le tastiere un po' meno in primo piano in alcuni punti, sarebbe potuto essere ancora più interessante, a mio modo di vedere. Ho invece apprezzato in toto la prova alla voce di Alexander Lutz, a proprio agio sia con lo scream che con il growl (e tra i due stili, l'ho preferito nel secondo).

Interessante, quindi, questo "Letting Go of Humanity" degli Eternal Delyria. Non è di certo un album che farà gridare al miracolo, ma di buoni spunti, anche in ottica futura, ce ne sono eccome. Per ora promossi, ma li aspetto più in là con un nuovo lavoro, sperando di vederli accasati con un'etichetta.

Voto: 3/5

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Macabra - ...to the Bone (Belgio/U.S.A., Morbid Visions Music)


Sono stato molto combattuto, per quanto riguarda la recensione di "...to the Bone", secondo album per i belgi/americani Macabra. Combattuto perché comunque si tratta di un buon disco Death Metal, musicalmente e nelle intenzioni, ma in un periodo storico come il nostro, dove anche con un Home Recording Studio è possibile tirar fuori un lavoro con una produzione quanto meno decente, dei suoni come quelli che si sentono qui, che siano voluti per essere volutamente underground e 90's - mi si scusi il gioco di parole - o meno, non esiste né in cielo né in terra.

Le intenzioni di Adrien "Liquifier" Weber e Mark Riddick sono da subito, e corre l'anno 2011, quelle di creare dei lavori che sembrino novantiani, tanto nel sound quanto nella produzione volutamente underground, come dicevo poc'anzi. E per quanto possa essere da un lato lodevole questa cosa, dall'altro ci ritroviamo con un album in cui ci si capisce poco o nulla, con volumi spesso - e qui mi scuso nuovamente, ma per il linguaggio - alla cazzo di cane: chitarre e batteria che compaiono e scompaiono, basso che a stento si sente, voce iper-riverberata che spesso sovrasta il tutto... Lo trovo insopportabile nelle produzioni "da cantina" del Black Metal, figurarsi nel mio genere preferito. E mi spiace, perché si può tranquillamente affermare che io sia, per l'appunto, un deathster; ma sarà ormai l'abitudine a tutta la magnificenza che è possibile ascoltare oggi, non sono riuscito a trovare nulla che riuscissi a salvare nei Macabra.

Questo ovviamente è un discorso del tutto soggettivo, sia chiaro. Ci saranno di sicuro ragazzi a cui un sound simile ancora piace e a cui quindi "...to the Bone" potrà anche piacere. Ma spiacente, io non sono tra questi.

Voto: 2/5

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Bestial Deform – Ad Leones (Russia, Satanath Records)


I russi Bestial Deform sono nati, potremmo tranquillamente dire, un'epoca fa, fondati nel 1990 dall'allora ed attuale cantante/chitarrista Kirill Ulanenkov. In questi 26 anni di carriera hanno rilasciato una gran quantità di dischi tra EP ("Malebranche" del 1993, "We Go to Kill..." del 2005 e Severed to Pieces" del 2014) ed album: "Ad Leones, il disco in esame uscito lo scorso 15 marzo per per Satanath Records è il quinto per i deathsters di San Pietroburgo, dopo il debut "Together We'll Destroy the World" (1994), "Bellum Contra Omnes" (1996), "The Second Coming" (2006) e "Stop the Cristianity!" (2005). Già dai titoli degli album intuirete come i Bestial Deform facciano dell'anticristianità la loro bandiera. Come? Qualcuno azzarda un paragone con i Deicide? Sì, ci sta, anche se solo a livello concettuale.

Quello che ci propongono i Bestial Deform è un Death Metal di stampo floridiano nella più pura accezione del termine. Non c'è nulla d'innovativo, nulla di originale, se questo disco fosse uscito 15 anni fa invece che oggigiorno non ci sarebbe stata nessuna differenza... e c@##o, lo adoro! Per chi come me ascolta prettamente questo tipo di Death Metal, l'ascolto di "Ad Leones" è pura goduria, un quarantina scarsi di minuti di Death Metal senza fronzoli, diretto, sfrontato, tecnicamente nella media, con riff taglienti ed una sezione ritmica monolitica, il tutto con la voce di certo non da soprano leggero di Kirill. Già dall'intro "Ad Patres" si viene gettati all'interno del Colosseo dove i cristiani venivano dati in pasto ai leoni; e questo sarà il canovaccio dell'intero album: "Christianos ad Leones", "Hoc Est", "In Maxillis Bestia", "Symbol of Salvation" lasciano ben poco spazio all'immaginazione. E poi c'è "Severed to Pieces", che a mani basse è il miglior pezzo del disco: un martello pneumatico di nemmeno quattro minuti che provoca un headbanging spezzacollo. Cosa si può desiderare di più?

In conclusione: astenersi fans di Deathcore e robaccia moderna, che qui si suona Death Metal, puro, pesante, violento. Personalmente, non potevo chiedere di meglio e promuovo "Ad Leones" senza la benché minima riserva.

Voto: 4/5

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Sinphobia – Awaken (Italia, Bakerteam Records)


Debut album - edito da Bakerteam Records, sub-label della Scarlet - per i veronesi Sinphobia, interessante combo dedito ad un buon Death/Groove Metal, dal taglio sì moderno, ma in cui non mancano riferimenti ad una certa scuola Thrash europea. Nati nel 2003, solo nel 2009 i Sinphobia cominciano con i primi live, maturando un'esperienza che li porterà in primis alla firma con la Bakerteam, poi a calcare palchi anche importanti: proprio domani, al giorno in cui questa recensione sarà online, i nostri suoneranno al Fosch Fest con Fleshgod Apocalypse, Destruction, Sacred Reich, At the Gates ed Anthrax. Ed in quanto vincitori della Metal Battle Italy, ad agosto saranno a Wacken. Non male, no?

Ma veniamo a noi e a questo "Awaken", primo album per i quattro ragazzi veneti. Il problema, per quanto riguarda il Death Metal più moderno, è che è un attimo la differenza tra un buon lavoro e una palla colossale. Stando ai gusti di chi vi scrive, molto spesso la noia sopraggiunge già al secondo, massimo terzo pezzo. Ecco, con i Sinphobia questo non accade. "Awaken" è un disco compatto, magari non particolarmente originale, ma questa è ormai una cosa che non deve preoccupare, ma suonato comunque decisamente bene, con anche buonissimi picchi e spunti interessanti, come la massacrante "Respect", in cui non si può non notare il lavoro al basso di Darkoniglio: un suono da classico basso-che-ti-prende-a-sleppe-in-faccia. Colpisce anche la seguente "Face your Mirror", così come "Prayer to Warcry", che ha l'ingrato compito di essere l'opening del disco (dopo l'intro "Fearless Horde"), quindi fondamentalmente quello che è, in ogni disco, il pezzo più importante. Il merito dei Sinphobia è quello di riuscire a coniugare bene le due anime del proprio sound. Basta ascoltare la già citata "Face Your Mirror" e come i nostri riescano a passare con naturalezza da un buon Death Metal a momenti prettamente Groove.

Dalle info che accompagnano "Awaken" leggo che il messaggio dei Sinphobia è che la paura, in tutte le sue forme, è la maggior limitazione dell'essere umano; e da qui il loro "motto": assalta le tue paure. Ed è ciò che i Sinphobia fanno con questo loro debut album: assaltano, senza paura. Con una produzione magari più corposa in termini di suoni, magari ci sarebbe stato un mezzo punto in più nel voto finale, ma ciò non toglie che questo disco d'esordio passa decisamente l'esame

Voto: 3/5

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Among Gods – Ghost Empire (Norvegia, Argonauta Records)


La sorte mi è stata benevola se due recensioni su due che mi son toccate vanno a riguardare un genere che adoro come il Death/Doom. Ma con i norvegesi Among Gods ed il loro "Ghost Empire", uscito meno di una decina di giorni fa per Argonauta Records, andiamo ad ascoltare un altro modo di intendere il genere. Gli Among Gods infatti, a differenza dei già recensiti The Pete Flesh Deathtrip, hanno un modo più classico d'intendere il Death/Doom, riuscendo a dare anche una certa varietà al loro sound, cosa che, diciamocelo, non è proprio semplicissimo in questo genere.

Questo perché con gli Among Gods i classici suoni pesanti e lenti vengono intervallati da buone parti più marcatamente Death Metal, di stampo scandinavo/centreuropeo s'intende (tant'è che tra le influenze sono menzionati anche Entombed e Asphyx). Questo fa sì che l'ascoltatore rimanga sempre attento per cogliere le varie sfumature di un disco che non ha alcun punto debole. Pezzi come la lunga, ma ben variegata, "Pandemonium" o la seguente "Wolves" sono le punte di diamante di un 8-tracks (6 + intro e outro) mai noioso. Il songwriting, diciamolo, è stato particolarmente ispirato per tutte le canzoni che compongo l'album ed è qualcosa che, se andiamo a vedere, si può denotare soprattutto sui due pezzi dalla durata più lunga, la già citata "Pandemonium" e "Tundra": dove sarebbe stato facile provocare una vera e propria rottura di scatole, i nostri hanno saputo, giocando con le varie influenze del loro sound, dare un'impronta decisa anche a due pezzi più "a rischio".

Insomma, facendo una somma finale, "Ghost Empire" è un album promosso senza riserve. E anzi vi dirò che mi spiace di aver conosciuto gli Among Gods solo grazie a questa recensione, seppur siano nati nel 2010. I non pochi fans di gruppi come Entombed, Asphyx, Paradise Lost avranno con questo pane per i loro denti.

Voto: 4/5

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The Pete Flesh Deathtrip – Svartnad (Svezia, Critical Mass Recordings)


Per chi segue la scena Death Metal svedese il nome di Pete Flesh, al secolo Peter Karlsson, non sarà di certo nuovo. L'unico membro di questo progetto, a nome The Pete Flesh Deathtrip (d'ora in avanti TPFD per comodità), è stato infatti chitarrista, tra gli altri, dei Maze of Torment. E' dal 2009 che mr. Karlsson ha tirato su questo suo solo project dal sound che varia tra l'Old School Death ed il Death/Doom, genere che vede proprio in Svezia il proprio apice (basti pensare ad esempio agli October Tide, massima espressione del Death/Doom per chi vi scrive). Nel 2013 esce il primo lavoro di TPFD, "Mortui Vivos Docent", rilasciato da Pulverised Records per poi essere ristampato in vinile da Critical Mass Recordings, attuale label dell'artista svedese. E' difatti Critical Mass Recordings a produrre "Svartnad", l'album che andiamo qui a recensire. Per dovere di cronaca va detto che TPFD è il secondo nome di questo progetto, nato nel 2004 come Flesh, con cui Pete Flesh ha rilasciato ben tre dischi: "Dödsångest" nel 2005, "Temple of Whores" nel 2006 e "Worship the Soul of Disgust" nel 2008.

Il sound proposto da TPFD è un Blackened Death/Doom dalle forti tinte Old School. Dimentichiamoci quasi del tutto le atmosfere malinconiche che siamo abituati a sentire in questo genere quindi, per lasciarci invece trasportare da un mix di ferali accelerazioni e sapienti rallentamenti, su cui si staglia la 'marcissima' voce di Pete Flesh. Le otto tracce che compongono "Svartnad" sono tutte, nessuna esclusa, di pregevole fattura. Un songwriting particolarmente ispirato è infatti il punto di forza di un disco che ha l'effettivo pregio di non risultare mai noioso per l'intero arco della sua durata. Le 'anime' che compongono questo progetto sono ascoltabili soprattutto nella sesta traccia, "The Winter of the Wolves", in cui si passa da taglienti riff Black Metal a parti più lente ma nondimeno pesanti, ricordando per certi versi taluni lavori dei Mayhem. Nient'affatto male, poi, anche "The Sun Will Fail" e il pezzo a cui è dato il compito di chiudere degnamente questo disco, la title-track, "Svartnad", pezzo dal flavour Black Metal norvegese che ha però l'highlight nell'incedere marziale della batteria, per poi 'aprirsi' verso la metà.

Come detto in apertura di recensione, siamo lontani da quelli che ormai sono considerati i canoni del Death/Doom. Ma anche se non ci sono le atmosfere plumbee dei già citati October Tide, tanto per fare di nuovo un nome a caso, ciò nonostante, dicevo, "Svartnad" è senz'altro un gran bel disco, che potrà sicuramente piacere sia agli amanti del genere che dell'Old School Death. E da un artista poliedrico come Pete Flesh non ci poteva aspettare niente di diverso.

Voto: 3,5/5

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